Le sette meraviglie di Roma – Il Colosseo

 

 

 

da Giorgia Cadinu

Le sette meraviglie di Roma – Il Colosseo

 

 

da Giorgia Cadinu

Finchè c’è il Colosseo, ci sarà Roma, se il Colosseo cade, cadrà Roma e se Roma cade cadrà il mondo” scrisse in latino il venerabile Beda, studioso e storico a cavallo del VII e VIII secolo e oggi considerato santo e padre della chiesa. Raccolse nei suoi scritti un modo di dire probabilmente consolidato visto che non uscì mai dal suo Monastero di Wearmouth. Nel 1812 le sue parole furono tradotte da Lord Byron nel suo Childe Harold’s Pilgrimage. Il Colosseo entrò così nell’immaginazione collettiva mondiale che in epoca più moderna divenne Pop e così consacrata dal Cinema. Negli anni ottanta inizia la sua carriera di parco archeologico diventando il sito più visitato al mondo dopo la muraglia cinese, non essendo così esteso e non avendo l’apporto di una popolazione locale tale come quella cinese.

Ora quasi tutti sappiamo che fu il luogo dove avvenivano i giochi dei gladiatori a Roma ma la divergenza tra un “monumento” e una specie di stadio per cruenti combattimenti ci impedisce di comprendere l’edificio nella sua nascita e nella sua esistenza. Per capire dobbiamo tornare indietro nel tempo, a quando la città eterna fu la prima metropoli della storia, in un mondo i cui abitanti calcolati pare siano stati tra i duecento e i trecento milioni di persone, tra un terzo e un quinto rispetto ad oggi. Circa un quarto della popolazione mondiale viveva nell’Impero Romano, di questi un quinto nella penisola italica e di questi ultimi il 12% nella capitale: Roma. Bisognerà aspettare il XIX secolo perché un’altra città al mondo possa arrivare a un tale numero di abitanti.  Stiamo parlando di circa 1.200.000 persone, stipate in uno spazio molto ridotto rispetto all’attuale estensione urbana: si stima una densità quindici volte maggiore alle zone più popolose della città oggi.

In particolare il progetto del Colosseo nacque dopo una vera e propria guerra civile che seguì il suicidio dell’ultimo membro della prima dinastia imperiale: quella giulio claudia. Il 69 d.C. venne conosciuto come l’anno dei quattro imperatori: sarà Vespasiano, grazie alle sue doti di stratega militare e diplomatico, a conquistare stabilmente il seggio imperiale.

© CarlaBron

La conquista del favore di tutte le classi sociali era urgente e l’ampia residenza imperiale lasciata da Nerone offriva un’ottima occasione. Il lago artificiale che si trovava nella valle venne subito prosciugato e usato per stendere le fondamenta del più grosso anfiteatro dell’Impero e il primo di pietra della capitale. La parola Anfiteatro viene dal greco e significa “costruzione che ha i posti tutt’intorno per guardare”. Si calcola oggi che potesse arrivare ad ospitare fino a 75.000 persone. Fu costruito in otto anni usando in contemporanea quattro squadre di architetti, ingegneri, operai e schiavi con le relative macchine. Infatti spesso si dice erroneamente che nell’antichità non avessero macchine ma si intende motori, infatti disponevano di gru, piani inclinati, carrucole, ruote dentate, sistemi complessi di leve e le loro combinazioni. Tra le forze motrici, oltre quella umana, potevano contare su quella animale e su quella idraulica. Comunque per poter finanziare questa costruzione Vespasiano dovette usare tutto il suo ingegno.

Mandò suo figlio, Tito a portare quello che consideravano la pace nella provincia ribelle di Giudea: la città di Gerusalemme venne rasa al suolo con il secondo tempio, la popolazione deportata con i tesori custoditi nell’edificio sacro. Ma furono i bagni pubblici dell’impero a risolvere il problema. Sorgevano ovunque nelle città offrendo un servizio individuale gratuito che garantiva l’igiene urbana. I gestori rivendevano l’urina a caro prezzo, una sostanza necessaria per la concia delle pelli e per la colorazione dei tessuti. Furono loro ad essere tassati da Vespasiano. Immaginate la vita quotidiana dell’epoca e il ruolo che giocava il cuoio in una civiltà senza plastica né tessuti tecnici, immaginate tutte le uniformi dei legionari, i portaoggetti, le borracce, le cinghie, e così via. Ma immaginate anche  quanto erano amate le tuniche tinte da colori costosi e di provenienza lontana in una città dove la ricchezza e il potere venivano ostentati.

© djedj

Si mormora che Tito fosse contrariato e che recatosi dal padre abbia esposto il timore che lui passasse alla storia come l’imperatore dell’urina. Pare sia stato allora che l’imperatore Vespasiano abbia pronunciato le famose parole che ancora oggi nel mondo trovano eco: “Pecunia non olet” (Svetonio, De vita Caesarum VIII, 23) ossia il denaro non ha odore, non lascia traccia della sua origine. Se in effetti nessuno può dare torto alla frase in sé stessa bisogna ammettere che la storia ha lasciato in italiano il nome di “vespasiani” agli orinatoi.

La notizia venne fatta circolare anche nei territori più remoti prima della fine dei lavori. Non esistendo radio, televisione o giornali di sorta da una parte si sponsorizzò il passaparola esagerando anche la capacità di pubblico del monumento da l’altra si coniarono monete riportanti da una parte il monumento stilizzato dall’altra il capo dell’imperatore. Egli non vide però la fine dei lavori anche se morì di morte naturale e le fonti per lodarlo riportano che morì in piedi, sostenuto dai più vicini. Fu Tito ad inaugurare l’Anfiteatro Flavio dal nome della sua famiglia, appunto i Flavi, con cento giorni di giochi nel 80 d.C.  Il nome che porta oggi pare essere stato in origine di un colosso: una statua di bronzo dorato, di circa trentacinque metri di altezza, ritraente originariamente Nerone, poi trasformata nel Dio del Sole. Quando infine venne fusa lasciò ricordo di sé sulla zona e poi sulla struttura colossale che ne occupava il fondo valle.

All’interno del Colosseo si svolgevano principalmente tre tipi di giochi. La mattina c’erano le cacce con animali importati da tutti gli angoli dell’impero: coccodrilli, leoni, orsi, giraffe, elefanti, gazzelle, lupi, cinghiali, tigri, avvoltoi, ecc. Immaginiamo la cattura di questi animali nei loro ambienti naturali vivi, il trasporto per mesi verso Roma per non sopravvivere a lungo. Coloro che venivano addestrati ad incontrare, combattere, inseguire, provocare gli animali venivano chiamati venatores o bestiarii e la loro caserma era il ludus Matutinus. A metà giornata si cambiava e prendevano la scena le esecuzioni capitali.  Immaginiamo per esempio il mito di Icaro, rimasto imprigionato con suo padre Dedalo, inventore e architetto, nel labirinto che aveva appena costruito per Minosse. Dedalo fabbricò delle ali di piume, filo di lino e cera perché potessero sfuggire al mostro. Raccomandò al figlio di volare a mezz’altezza per non appesantire le ali con l’umidità e non permettere al sole di sciogliere la cera. L’adolescente si librò in volo e, dimentico delle parole paterne, si alzò sempre più permettendo al calore solare di disassemblare le portentose ali e precipitando a terra. Al criminale, dopo essere stato inserito in una specie di labirinto con un presunto mostro, venivano legate delle ali di cera quindi issato ad una catapulta veniva lanciato in aria sicuri del destino che lo aspettava, a causa della forza di gravità e non del sole.

Il pomeriggio c’erano i giochi dei gladiatori che riflettevano, come i due eventi precedenti del resto, una società militare dove la mortalità infantile era altissima, dove a quattordici anni ci si poteva già sposare, a sedici si veniva ritenuti adulti e i ragazzi si potevano già aruolare, del resto per loro gli esercizi ginnici erano una parte essenziale dell’educazione. Tra i venti e i trentanove anni la maggior parte dei cittadini entravano nelle legioni ma i pericoli quotidiani erano molto più insidiosi delle guerre a causa dello scarso sviluppo della medicina e si moriva facilmente anche in seguito a parto, infezioni, febbri e polmoniti.

© DEZALB

Un uomo viveva in media quarant’anni, una donna venti. La carriera di un Romano si chiamava cursus honorum ed era un insieme di cariche sia politiche che militari. La figura del gladiatore, da semplice schiavo a combattente addestrato che riceveva soldi per ogni vittoria, che dopo quindici battaglie vinte veniva liberato e i cui figli diventavano cittadini romani, era il simbolo di una società che credeva nella mobilità sociale, nel coraggio, nell’abilità e strategia di combattimento. I gladiatori a Roma erano proprietà imperiale e il loro costo veniva appunto coperto dall’imperatore stesso, quando raggiungevano la fama facevano parte di quella macchina, passata alla storia come “Panem et Circenses”, cioè pane e giochi,  con cui il cesare augusto di turno si conquistava il favore del popolo.

Lungo il lato nord, all’esterno, si possono ammirare ancora le mensole e i fori della corona che terminava la facciata del colosseo: erano elementi di sostegno per 280 pali che con un complesso sistema di funi e carrucole permettevano l’installazione di una tenda, il cosiddetto Velarium, affinché proteggesse il pubblico dal sole. Trecento marinai, fatti venire appositamente da Capo Miseno, si occupavano per una settimana del montaggio e poi del suo corretto orientamento durante i giochi.  Dentro la struttura rimangono le sostruzioni degli spalti, delle sedute, delle scale; al centro si trovava quello che noi chiameremmo oggi palco ma che portava il nome di “arena”, probabilmente dal nome latino della sabbia che pare ricoprisse il pavimento ligneo della struttura, scomparso senza lasciare traccia. Dal primo piano si può ammirare il disegno dei sotterranei che si trovavano sotto l’arena: è la parte meglio conservata del Colosseo poiché è stata scavata solo negli anni trenta; tradisce la presenza di almeno ventiquattro montacarichi collegati a  funi, carrucole, e ruote dentate. Si tratta di un meccanismo nascosto al pubblico che issava animali e gladiatori riuscendo ad aprire botole mimetizzate nel pavimento sorprendendo gli spettatori. Invece nel corridoio centrale, quello più lungo, diverse coreografie venivano issate da sotto grazie ad un sistema di piani inclinati. E le battaglie navali? Forse ne fecero una ai tempi dell’inaugurazione, per impressionare il pubblico, prima che queste strutture sotterranee venissero costruite.

Ma la storia del Colosseo non finisce qui. La struttura è scampata a terremoti, saccheggi, al riutilizzo di spazi e di materiali a scopi di sopravvivenza, commerciali e difensivi, a progetti di cappelle, chiese ed ospedali. Ognuna di queste attività ha lasciato delle cicatrici sulla sua superficie confondendosi tra i resti delle condutture e dei restauri originari in quello, che in alcune porzioni, è letteralmente lo scheletro dell’antico monumento. I veri e propri restauri sono iniziati tardi, nel XIX secolo, ma ancora sotto il Papa Re interessato ufficialmente ai martiri che leggendariamente si pensava morti qui. Poi vi è la storia contemporanea di nuovi studi e ricerche, di sperimentazioni, di ritrovamenti fortuiti, di mostre temporanee, di una esibizione stabile e con la pandemia dei percorsi obbligati. Una storia appassionante che non parla solo di gladiatori, di rocche, di pellegrini, di pastori e dell’uomo che si industria per sfruttare al meglio le proprie risorse, ma anche di chi siamo oggi, dell’interesse moderno verso la storia, la sua lettura e preservazione per la memoria delle generazioni future. Per questo gli occhi dei visitatori sul monumento sono importanti, possono individuare le tracce “moderne”, le eventuali “distorsioni”, il percorso scientifico di studio o il dibattito dietro agli itinerari proposti: sono testimoni indipendenti della nostra epoca.

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